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29 luglio 2010

L'affare del porto, tra infiltrazioni mafiose e cemento depotenziato


di Massimo Asta


Cemento e materiale inerte non corrispondente ai parametri previsti dal capitolato di appalto e quindi frode nelle pubbliche forniture”. È questa l’ipotesi di reato formulata dalla Procura della Repubblica di Trapani che ha portato al sequestro dei lavori di potenziamento e messa in sicurezza del porto di Castellammare del Golfo, un mega appalto da circa 40 milioni di euro, nonché di un’altra aerea ad Alcamo Marina in contrada Magazzinazzi.

Le indagini coordinate da circa un anno dal comando provinciale della Guardia di finanza avrebbero dimostrato l’ennesimo caso di utilizzo di cemento depotenziato per realizzare opere pubbliche. L’intera struttura cementizia realizzata all’interno del cantiere dove sono dislocati i massi artificiali frangiflutti sono stati, infatti, sottoposti a sequestro. Ma le perquisizioni e i sigilli della guardia di finanza avrebbero interessato in diverso modo anche le tre aziende coinvolte: la CO.VE.CO di Marghera (Ve), la CO.G.EM di Alcamo di Vito Emmolo e la COMESI di Palermo. Si tratta delle tre aziende che nel 2005 si erano aggiudicate costituendosi in ATI (associazione temporanea di imprese) il primo stralcio dei lavori per un importo di 20 milioni di euro con un ribasso d’asta dell’11,87%. La gara d’appalto non dovette presentare difficoltà essendo l’Ati in questione l’unica partecipante al bando.


Una nuova indagine giudiziaria si è abbattuta quindi sui lavori del porto. Nel dicembre del 2008 era stata l’inchiesta “Cosa Nostra resort” a svelare l’intreccio tra mafia, istituzioni, e politica nella gestione del cemento nella provincia di Trapani. Uno dei capitoli più importanti dell’indagine riguardava proprio i lavori del porto di Trapani. Dalle intercettazioni gli investigatori erano risaliti al meccanismo attraverso il quale Tommaso “Masino” Coppola, non ancora rassegnato al destino di rinunciare alla propria “roba”- nove società per un valore di 30 milioni di euro – riusciva a passare tramite i suoi nipoti ordini e direttive all’esterno, ai suoi uomini fidati, ma anche al mondo della politica.


Sempre per interposta persona il Coppola – arrestato nel 2005 nell’ambito di Mafia&Appalti1 quale membro della cupola provinciale ricostituita da Matteo Messina Denaro - si sarebbe rivolto a Camillo Iovino affinché questi si interessasse delle commesse delle sue società presso il sen. Antonio D’Alì, allora sottosegretario all’interno. Attraverso questo ponte “Masino” Coppola voleva assicurare alla “Siciliana Inerti e Bituminosi s.r.l. ”, società a lui riconducibile, “un occhio di riguardo” circa le forniture per i lavori del porto.


Non solo, ma Coppola avrebbe sempre attraverso il nipote chiesto a Iovino di contattare l’allora prefetto Finazzo per far sì che la “Calcestruzzi Ericina”, società confiscata al boss Vincenzo Virga, continuasse a rifornirsi di inerti presso la sua società. Il nipote avrebbe confermato l’incontro con Iovino e l’ottemperanza delle richieste di Coppola: “Con Camillo ho parlato e quello fa… dice…perché lui ha parlato là con il Senatore… e gli ha detto… dice: «non ti preoccupare… dice… che qua quando le cose partono… dice… voi siete tenuti in considerazione… e nessuno»…dice”.


Secondo le dichiarazioni dello stesso Coppola, inoltre le forniture di cemento sarebbero state decise nelle stanze della mafia trapanese. Sarebbe stato Ciccio Pace, infatti a decidere come ripartire le fette del lauto bottino rappresentato dai lavori del porto: “L’ultimo incontro da me avuto con il Pace – affermava nel 2006 Coppola - è stato all’incirca nel maggio-giugno 2005. In quella occasione il Pace mi chiese se ero interessato ad effettuare la fornitura di pietrame e pietrisco da impiegare nei lavori del porto di Castellammare del Golfo, lavori che ancora non erano iniziati e che, per quanto mi risulta, (la dichiarazione risale al dicembre del 2006, ndr), non sono iniziati ancora oggi”. Sarebbe stato sempre Ciccio Pace a stabilire le divisioni dei compiti tra le imprese e perfino a consigliare la fascia di prezzo più indicata: “Il Pace mi precisò chiaramente che io mi sarei dovuto occupare della sola fornitura “franco cava” nel senso che altri soggetti che non mi precisò, si sarebbero dovuti occupare del trasporto. Io risposi affermativamente e sono rimasto in attesa di essere contattato dall’impresa aggiudicataria per fissare il prezzo della fornitura. Ricordo anche che il Pace mi chiese di praticare un prezzo il più basso possibile”.


Il cemento dei lavori del porto fu anche, a detta del collaboratore di giustizia Gaspare Pulizzi, oggetto del summit di mafia al quale presero parte nel 2007 tra gli altri Ignazio Melodia e Salvatore Lo Piccolo. Delle aziende nel mirino dell’ultima operazione delle fiamme gialle l’inchiesta “Cosa nostra resort” non parlava. Da questa, tuttavia, si apprendeva che il padre di Rosalia Taormina, amministratore unico della COMESI, Francesco, era stato arrestato con ordinanza emessa dal GIP di Reggio Calabria nel 1993 per il reato di corruzione aggravata in concorso e turbata libertà di incanti. La COMESI, inoltre risultava sempre a Castellammare del Golfo in ATI con Silva s.r.l. aggiudicataria dei lavori per il potenziamento e la ristrutturazione della rete idrica per un importo di quasi 2 milioni e mezzo di euro.


L’inchiesta “Cosa nostra resort” avrà anche altri risvolti. Alcune intercettazioni finiranno nel fascicolo a carico di D’Alì sotto indagine per concorso esterno in associazione mafiosa. Mentre di recente è emerso che Iovino, accusato di favoreggiamento aggravato, avrebbe intrattenuto rapporti con il boss valdericino “Masino” Coppola sin dal 2001.


L’ultima operazione della Guardia di Finanza getta quindi un’altra gravosa ombra sul sistema economico illegale della provincia e in particolare del territorio di Castellammare del Golfo.


Il sindaco Marzio Bresciani, subito dopo la notizia del sequestro, ha diramato un comunicato stampa per dichiarare il comune di Castellammare del Golfo parte lesa nella vicenda, e sottolineare che “questa Amministrazione comunale, poco dopo l’insediamento, ha passato la gestione dell’appalto all’assessorato regionale Lavori Pubblici, per la redazione del secondo stralcio dei lavori di messa in sicurezza portuali, poi finanziati”.


Speriamo che non finisca come quando a Trapani i sigilli posti ai lavori per la banchina del porto in occasione della Louis Vuitton Cup finirono per scatenare l’ira delle istituzioni locali desiderose di vedere la prosecuzione dei lavori, ma forse poco interessate a pretenderne la legalità. Non è inutile ricordare che il cavallo di Troia per far passare l’autorizzazione ai lavori di Trapani fu il modello dei provvedimenti di carattere urgente della Protezione Civile, che avrebbe successivamente riempito i faldoni giudiziari di diverse procure e scoperchiato il sistema della “cricca”. Ma questa è un’altra storia.

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