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21 marzo 2010

Perché Trapani è “lo zoccolo duro della mafia”.


Pubblicato su L'isola, 5 febbraio 2010

di Massimo Asta

Incontriamo il procuratore Ingroia quando è da poco terminata la protesta delle toghe contro il governo. Delegittimazione, e isolamento da parte delle istituzioni: queste le sensazioni che girano tra le stanze del tribunale di Palermo, ma lo stesso vale per il tribunale di Caltanisetta e di altre città dove i magistrati sono in prima linea nell’azione di contrasto alla mafia. Si continua tuttavia a lavorare come ogni giorno.

Ad attirare l’attenzione degli inquirenti dopo gli ultimi arresti è ora soprattutto lo scenario trapanese, dove continua ad essere a piede libero Matteo Messina Denaro, l’ultimo dei corleonesi, nonchè la temporanea vacanza di potere nel palermitano. Le due vicende sembrano legarsi strettamente.
Nell’ultima operazione antimafia che ha riguardato Alcamo è emerso come il clan alcamese si rivolgesse per risolvere i propri problemi a Lo Piccolo. C’è stato poi l’arresto di Raccuglia a Calatafimi. Procuratore Ingroia, come va letto l’attivismo dei boss palermitani nel territorio di Matteo Messina Denaro?
Credo che le cose siano diverse, ma c’è un punto in comune. C’è tutta una zona di confine tra le due province, che si estende da Partinico fino ad Alcamo, che in quanto zona di confine costituisce luogo di frizione tra sfere di influenza diverse, da una parte di Messina Denaro Matteo che regna abbastanza incontrastato e dall’altra dei vari capi di Cosa Nostra palermitani. Cosa si era verificato in particolare? Lo Piccolo stava tentando di diventare il capo assoluto di Cosa nostra, e per questo aveva bisogno di ampliare la propria sfera d’influenza anche al di là dei confini della propria provincia invadendo anche gli ambiti della provincia trapanese. Questo naturalmente incontrando delle resistenze da parte di Messina Denaro Matteo. Probabilmente hanno a che fare con questi scenari alcuni dinamismi criminali, ed omicidi che si sono verificati nella zona di Partinico. Caso diverso è quello di Raccuglia, che era sintomo, invece, di un’alleanza, ed era esattamente alla rovescia. Tramite Raccuglia era Matteo Messina Denaro che tentava di aprire un asse con i tradizionali alleati della vecchia linea, diciamo tradizionalmente corleonese. Raccuglia si sentiva più sicuro per la sua latitanza in un comune apparentemente tranquillo come Calatafimi, poco battuto dalle forze dell’ordine, e non poteva stare in provincia di Trapani ovviamente se non c’era il sostegno Messina Denaro Matteo. Ciò è da inquadrarsi nell’esigenza di quest’ultimo di ampliare il proprio potere nel palermitano.
Matteo Messina Denaro spunta nell’operazione Perseo come colui che dirimeva le controversie sorte in seno alle famiglie del palermitano. Quali sono i nuovi equilibri di potere dentro Cosa nostra a Trapani, e in Sicilia? È davvero Matteo Messina Denaro il nuovo capo di Cosa Nostra?
È stato arrestato Raccuglia e anche Nicchi. È Messina Denaro Matteo, adesso, l’unico boss rimasto, di spessore, tra quelli che negli ultimi anni hanno avuto un ruolo di vertice. La domanda è, cosa succederà nella Cosa nostra palermitana? Noi non siamo in questo momento in grado di rispondere. Emergerà qualcuno della vecchia guardia, e c’è ne ancora qualcuno in giro, che cercherà di assumere un ruolo di vertice nel palermitano, oppure Messina Denaro Matteo riuscirà in qualche modo ad estendere la propria influenza nella provincia palermitana in modo da diventare il capo assoluto di Cosa nostra? Ora è difficile trarre i sintomi dell’una o dell’altra ipotesi. La situazione è soprattutto in grande evoluzione e in movimento, e gli avvenimenti dei prossimi mesi ci diranno quello che sta accadendo.
A Trapani, Bartolo Pellegrino e Pino Giammarinaro sono stati gli unici politici processati per fatti di mafia. In entrambi i casi, nonostante i pesantissimi addebiti, si è giunti all’assoluzione. A Palermo invece sono diversi i politici sotto processo per mafia e sono arrivate anche le prime condanne, per Cuffaro persino di secondo grado. Cosa non funziona in provincia di Trapani su questo versante cruciale per la lotta alla mafia?
Questo nasce sicuramente da una maggiore impermeabilità della provincia trapanese. Cosa Nostra, a differenza che nel palermitano, a Trapani è riuscita a mantenere una forte e profonda interazione con la società, con la borghesia locale, con l’imprenditoria, con la politica locale, con la massoneria, e tutto ciò all’interno di un sistema coeso, tant’è che non si è riusciti a scalfire questo sistema così come si è fatto per la provincia di Palermo. Questo nasce, da ragioni culturali, politiche, e c’è poi la massoneria molto più forte che altrove e questo costituisce un collante potente. Ci sono stati, poi, pochi collaboratori di giustizia, non di grande spessore, e non ci sono state intercettazioni fortunate in cui si è riusciti ad intercettare capimafia. Ad esempio il famoso processo Gotha nasce dalla fortunata intercettazione ambientale del box di Rotolo che ha consentito di ricostituire tutto l’organigramma di Cosa nostra palermitana. Insomma Trapani, e in parte ciò vale per Agrigento, è la provincia siciliana che costituisce in questo momento lo zoccolo duro di Cosa nostra rispetto al quale abbiamo ancora difficoltà di penetrazione.
Altra peculiarità trapanese sarebbe quella della mafia che si fa impresa, o che comunque partecipa con i propri capitali in imprese apparentemente pulite. Di quale portata è il fenomeno? Rimane ancora molto da scoprire in questa direzione?
Si, credo di si. Anche rispetto all’economia c’è un’integrazione tra sistema criminale e sistema economico che in questa fase è più elevato di quello che ci sia nella provincia di Palermo. O meglio, non so se è più elevato in termini quantitativi, ma si è riusciti meno ad aggredirlo e a penetrarlo nel profondo.
Come può cambiare questo modo malato di fare impresa?
Non sono in grado di individuare cause e possibili percorsi di cambiamento. Mi pare, certo, senza non voler colpevolizzare in alcun modo i cittadini della provincia di Trapani, che la società civile è ancora piuttosto sonnolente. Mancano ancora le denunce dei commercianti ad esempio, che altrove stanno dando i primi risultati. Probabilmente c’è anche una minore attenzione da parte delle istituzioni, i riflettori sono sempre più accesi su Palermo. Qui si è riusciti a catturare i grossi capi anche perché c’è stata una smobilitazione di tutto l’apparato intorno a Cosa Nostra, mentre Messina Denaro Matteo si trova probabilmente ancora in una situazione più forte rispetto a quella dei palermitani. L’azione di accerchiamento che si deve fare attorno al latitante in provincia di Trapani è ancora un po’ indietro. Questa è la mia sensazione.
Giovanni Falcone prima di accettare l’incarico offertogli da Martelli stava indagando anche sulla Gladio, che aveva avuto base proprio a Trapani. Da allora sono stati fatti passi avanti su questo buco nero della storia siciliana e italiana? Strutture di questo tipo non avevano bisogno anche di un ambiente in cui poter “nuotare” con tranquillità? Perché Trapani si prestava bene a questa funzione?
Su questo versante sono stati fatti pochi passi avanti. Trapani si trova in una posizione strategica rispetto al mediterraneo, si affaccia da una parte verso le coste africane e dall’altre verso le coste europee il che la rende una zona strategica. C’è poi come dicevo una forte presenza della massoneria, più forte che a Palermo, che ha favorito alcuni misteri rimasti tutt’ora tali. Quello di Gladio, il Centro Scorpione, la vicenda del maresciallo Li Causi, l’omicidio Rostagno nel quale ci sono degli aspetti tutt’ora misteriosi che hanno a che fare con l’operatività di centri occulti di potere e che quindi non rimandano alla matrice soltanto ed esclusivamente mafiosa, il circolo Scontrino. Sono emerse ogni tanto delle cose, ma a piccoli sprazzi. Anche qui per insufficiente acquisizione di informazioni di notizie di reato, ripeto i collaboratori, alcuni collaboratori che sono stati di utilità, hanno aperto dei piccoli spiragli ma non sono mai riusciti mai ad aprire veri e propri squarci di luce.

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