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21 marzo 2010

Per una rivoluzione culturale contro le mafie

Editoriale

Pubblicato su L'isola, 11 dicembre 2009
di Massimo Asta

Non ci stancheremo mai di ripeterlo. Qualsiasi tentativo di porre fine al sistema di potere mafioso che non comprenda allo stesso tempo l’azione repressiva dello stato, un ruolo attivo della politica – quella, ovviamente, che non è stata ancora contagiata da questo morbo – nonché una rivoluzione culturale della società civile non può che portare al sicuro fallimento.

L’esperimento de L’Isola non è poi altro che il frutto della pervicace volontà (dai redattori, al direttore, ai collaboratori) di dare un piccolo contributo in direzione di questo cambiamento. Sembrerebbe una goccia in mezzo al mare. E probabilmente lo è. Eppure non è semplice, né comune – basta guardarsi attorno -
aver dato vita, ed aver alimentato settimana dopo settimana questo progetto. Si diceva un piccolo contributo sul fronte culturale, e soprattutto della lotta alla mafia, perchè fare informazione in una terra come la provincia di Trapani richiede un supplemento di responsabilità in più al quale qualsiasi giornalista che voglia fare il suo mestiere non può sottrarsi; perché a Trapani, come in Sicilia, il problema della mafia con il suo sistema di potere, col suo modo di infiltrarsi nell’economia, nella politica, nei rapporti della società civile (persino nell’informazione), nella sua capacità di foraggiare quel mondo grigio della media borghesia che finisce per ruotargli attorno, non è un problema come alcuni dicono tra i tanti (insieme al traffico, all’Etna e alla siccità), ma è “Il problema”, perché corrompe la mentalità delle persone attraverso la prevalenza del privato (la roba di verghiana memoria) sul pubblico, del deteriore interesse familistico sul bene della collettività e su una concezione moderna della cittadinanza fatta di doveri e di diritti. Dall’altro lato frena lo sviluppo economico, perché le energie migliori finiscono per andarsene altrove, perché la concorrenza tra le imprese rimane un miraggio, perché storicamente la mafia ha sempre svolto in campo economico un ruolo parassitario; e perché infine impegnarsi nella lotta alla mafia significa aggiungere il proprio piccolo granello di buona volontà a favore di un processo di riscatto e di liberazione. In questo senso la politica, quella onesta, non può girarsi dall’altra parte. In provincia – con echi nazionali - sono saliti all’onore delle cronache di mafia due casi: quello del sen. Nino Papania, il cui factotum della villa a Scopello e autista rispondeva al nome di Filippo di Maria che gli inquirenti indicano come affiliato di peso a Cosa Nostra, nonché galoppino elettorale durante le primarie del 2005; quello del sen. Antonio D’Alì, ex sottosegretario all’interno, sul cui conto l’ex moglie ha di recente rilasciato – e L’isola ne riporta il contenuto – un’intervista dove vengono confessate le inquietanti relazioni tra l’ex sottosegretario all’interno con delega alle prefetture, e personaggi di spicco della mafia trapanese, cioè non molto di più di quello che già si sapeva (non è un mistero che Don Ciccio, padre dell’attuale - possibile - capo di Cosa nostra Matteo Messina Denaro, fosse il sovrastante delle terre della famiglia in quel di Castelvetrano). Sono episodi sicuramente di natura diversa, e di gravità del tutto differenti, ma che evidenziano il grado di pervasività della mafia nella politica nostrana, né è da ritenere si tratti degli unici casi. A partire dall’ex assessore Bartolo Pellegrino, attualmente sotto processo per mafia, anche se gli esempi potrebbero continuare effettuando una rassegna degli atti giudiziari che hanno squarciato il velo dei rapporti di potere nel trapanese. Cosa si aspettano i cittadini dai propri rappresentanti, specie di quelli che a parole si dichiarano antimafiosi? Si aspettano comportamenti conseguenti, legislazione e atti amministrativi conseguenti, e soprattutto che ci si dissoci e che si cerchi di far rispettare un codice etico, ciascuno all’interno dei propri partiti. Fin quando questo non avverrà anche i risultati ottenuti dagli altri fronti (quello culturale e quello repressivo) non avranno modo di dare pieni frutti.

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